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Storia del Judo

Il judo (柔道, Jūdō, da Ju: cedevolezza e Do: via) è un'arte marziale, uno sport e una filosofia giapponese.

È anche una disciplina per la formazione dell'individuo nel senso morale e caratteriale ed è diventato ufficialmente disciplina olimpica nel 1964, a Tokyo.

Il Judo, così come noi lo conosciamo, è l'evoluzione di una tecnica di combattimento più antica : il Jujitsu.

Il Jujitsu aveva numerose scuole che si distinguevano tra di loro per i metodi di combattimento. In sostanza questa disciplina era un'arte di attacco e difesa spesso senza l'uso delle armi contro uno o più avversari, armati o no.

Cercare di datare la nascita del Jujitsu è molto difficile e i nomi con cui era identificato erano differenti: Yawara, Taijutsu, Wajutzu, Torite, Kogusoku, Kempo, Hakuda, Kumiuchi.

La prima volta che appare su di un testo un riferimento al Jujitsu ( la parola Yawara ) si trova in un racconto riferito al Sumo, datato approssimativamente nella seconda metà dell'XI secolo. Le circostanze che contribuirono alla nascita del Jujitsu,sono sicuramente da ricercarsi nella necessità di difendersi senza l'uso delle armi poichè in presenza di dignitari i soldati dovevano presentarsi senza la spada lunga e così pure le guardie del palazzo e gli impiegati. Inoltre vigeva all'epoca una netta separazione tra le classi sociali e soprattutto tra la classe militare ed il popolo, a quest'ultima
era infatti imposto il divieto di portare armi di alcun genere.

Così da questi fondamenti nasce la necessità di un buon sistema per difendersi a mani nude che porterà alla creazione e allo sviluppo del Jujitsu e di altre tecniche di combattimento.
La successiva evoluzione del Jujitsu da Justu, parola che può essere tradotta come metodo,arte o tecnica, in Do, parola che indica la via verso il risultato più spirituale che pratico, va attribuita ad un giovane studente di Tokyo, Jigoro Kano.

Jigorō Kanō studiò e approfondì diverse scuole di jujitsu giungendo ad ottenere il grado di Shihan (maestro) in due di queste, chiamate Tenshin shin'yo (specializzata in Katame waza, ossia lotta corpo a corpo, strangolamenti, leve articolari) e Kito (specializzata in Nage waza, tecniche di atterramento al suolo).

Quest'ultima era famosa per praticare lo yoroi gumi uchi (combattimento con l'armatura), una sorta di randori (pratica libera) con tecniche di proiezione, a differenza delle altre scuole che praticavano principalmente i kata (forme preordinate). I suoi studi gli consentirono nel 1882, secondo la norma dell'epoca che consentiva allo shihan di almeno due stili di poterne fondare uno nuovo, di approntare il proprio metodo cui diede il nome di Judo Kodokan, il cui significato per esteso è scuola dove si insegna la via della cedevolezza.

Tutto questo avvenne in un contesto storico particolare: Il 1853 aveva segnato una data storica per il Giappone: il commodoro Matthew C. Perry, della Marina Americana, entra nella baia di Tokyo con una flotta di 4 navi da guerra consegnando allo Shogun un messaggio col quale si chiedevano l'apertura dei porti e trattati commerciali. Lo Shogun, probabilmente intimorito dalla dimostrazione di forza, rimise la decisione nelle mani dell'Imperatore che accettò quanto proposto. Per il Giappone, che fino a quel momento aveva vissuto in completo isolamento dal resto del mondo, inizia l'era moderna. La definitiva caduta dell'ultimo Shogun avvenuta nel 1867 ripristinò definitivamente il potere imperiale che, a segno di una definitiva uscita del Giappone dal periodo feudale, promulgò nel 1876 un editto col quale si proibiva il porto delle spade, decretando la scomparsa della classe sociale dei samurai, che avevano dominato per quasi mille anni.

Vi furono importanti cambiamenti culturali nella vita dei giapponesi dovuti all'assorbimento della mentalità occidentale e naturalmente ciò provocò un rigetto per tutto ciò che apparteneva al passato, compresa la cultura guerriera che tanto aveva condizionato la vita del popolo durante il periodo feudale. Il jujitsu, facente parte di questa cultura, da nobile che era scomparve quasi del tutto. Le antiche arti del combattimento tradizionale vennero ignorate anche a causa della diffusione delle armi da fuoco ed i numerosi dojo allora esistenti furono costretti a chiudere per mancanza di allievi; i pochi rimasti erano frequentati da ex guerrieri dediti a combattere per denaro e spesso coinvolti in crimini. Questo influenzò ulteriormente il giudizio negativo del popolo nei confronti del jujitsu nel quale vedeva un'espressione di violenza e sopraffazione.

È in questo contesto di cose che si inserisce la figura di Jigorō Kanō: egli, professore universitario di Inglese ed economia, dotato di notevoli capacità pedagogiche, intuì l'importanza che potevano avere lo sviluppo fisico e la capacità nel combattimento se venivano usate proficuamente per lo sviluppo intellettuale dei giovani.

Per prima cosa eliminò tutte le azioni di attacco armato e non che potevano portare al ferimento a volte anche grave degli allievi: queste tecniche furono ordinate solo nei kata, in modo che si potesse praticarle senza pericoli. Poi studiò e approfondì il nage waza appreso alla scuola Kito, formando così un sistema di combattimento efficace e gratificante. Ma la vera evoluzione rispetto al jujitsu si ebbe con la formulazione dei principi fondamentali che regolavano la nuova disciplina: Seiryoku zen'yō (il miglior impiego dell'energia fisica e mentale) e Jita kyo'ei (tutti insieme per crescere e progredire). L'uomo migliora sé stesso attraverso la pratica del judo e contribuisce al miglioramento della società, e questo è possibile solo con la partecipazione intelligente di tutti. Lo scopo finale del jujitsu era il raggiungimento della massima abilità nel combattimento; nel judo l'abilità è il mezzo per giungere alla condizione mentale del "miglior impiego dell'energia".

Ciò significa impiegare proficuamente le proprie risorse, il proprio tempo, il lavoro, lo studio, le amicizie, ecc., allo scopo di migliorarsi continuamente nella propria vita e nelle relazioni con gli altri, conformando cioè la propria vita al compimento del principio del "miglior impiego dell'energia". Si stabilì cosi l'alto valore educativo della disciplina del judo, unita alla sua efficacia nel caso venisse impiegato per difendersi dalle aggressioni.

Il judo mira a compiere la sintesi tra le due tipiche espressioni della cultura giapponese antica e cioè Bun-bu, la penna e la spada, la virtù civile e la virtù guerriera: ciò si attua attraverso la pratica delle tre discipline racchiuse nel judo, chiamate rentai (cultura fisica), shobu (arti guerriere), sushin (coltivazione intellettuale).

Il judo conobbe una straordinaria diffusione in Giappone, tanto che non esisteva una sola città che non avesse almeno un dojo, e parallelamente si diffuse nel resto del mondo grazie a coloro che viaggiando per il Giappone (principalmente commercianti e militari) lo appresero reimportandolo nel loro paese d'origine. Non meno importante fu la venuta in Europa intorno al 1915 di importanti maestri giapponesi, allievi diretti di Jigoro Kano, che diedero ulteriore impulso allo sviluppo del judo, tra cui Koizumi in Inghilterra e Kawaishi in Francia.

Jigorō Kanō morì nel 1938, in un periodo in cui il Giappone, mosso da una nuova spinta imperialista, si stava avviando verso la seconda guerra mondiale. Dopo la disfatta, la nazione venne posta sotto il controllo degli USA per dieci anni e il judo fu sottoposto ad una pesante censura poiché catalogato tra gli aspetti pericolosi della cultura giapponese che spesso esaltava la guerra.
Fu perciò proibita la pratica della disciplina ed i numerosi libri e filmati sull'argomento vennero in gran parte distrutti. Il judo venne poi "riabilitato" grazie al CIO (comitato olimpico internazionale) di cui Jigorō Kanō fece parte quale delegato per il Giappone, e ridotto a semplice disciplina di lotta sportiva ma i suoi valori più profondi sono ancora presenti e facilmente avvertibili dai partecipanti.